Cariennili 2014, il meteo secondo tradizione

«Se c’è gente che crede agli oroscopi non capisco perché non dovrei credere nelle cariennili?» Chiudevo così un post di due anni fa dedicato alle cariennili, quel rito secondo cui si può prevedere il meteo di un intero anno attraverso l’osservazione di 12 giorni di dicembre. Con l’aiuto di mio padre ho osservato, appuntato e analizzato le condizioni meteo tra il 14 e il 25 dicembre 2013 e sono in grado di prevedere il meteo di tutto il 2014. Con buona pace dei siti specializzati. [Guarda l’infografica]

Secondo una tradizione popolare siciliana è possibile prevedere il meteo di un intero anno solare semplicemente contando le cariennili. Si tratta di un antico rito, molto diffuso nel mondo contadino, secondo cui ogni giorno dal 14 al 25 dicembre rappresenta un mese dell’anno a venire. Quindi, se il 14 dicembre è una giornata calda e soleggiata il mese di gennaio dell’anno dopo avrà le stesse condizioni meteo. Così il 15 dicembre indicherà il mese di febbraio, il 16 il mese di marzo e così via fino alla giornata di Natale che rappresenta il mese di dicembre dell’anno dopo. E se ogni giorno rappresenta un mese, ogni momento della giornata indica una parte dello stesso.

Questo rito ha rappresentato per migliaia di anni l’unico metodo, ovviamente non scientifico, per prevedere il clima della successiva annata agraria. Molto probabilmente la parola cariennili deriva dal latino calende (kalendae). Nel calendario romano le calende erano il primo giorno di ogni mese, mentre le siciliane cariennili in un solo giorno riproducono un intero mese.

Nonostante non abbia mai studiato meteorologia, e non sia nemmeno un appassionato, mi sento di poter fare le previsioni meteo del 2014 forte dell’osservazione scrupolosa delle cariennili. Grazie al prezioso aiuto di mio padre che ha appuntato il meteo tra il 14 e il 25 dicembre in provincia di Ragusa, potrò prevedere le condizioni climatiche del 2014 nel sud est siciliano. L’anno inizierà bene con bel tempo a gennaio. Tra febbraio e marzo vivremo qualche giornata di brutto tempo ma potremo recuperare tra aprile e giugno. Nel 2014 l’estate la vivremo a maggio e dicembre, a luglio e agosto sembra che ci sarà brutto tempo.

Avendo superato la prima metà del mese di gennaio possiamo dire che salvo qualche eccezione le cariennili fino ad ora hanno predetto il meteo con un basso margine d’errore. Nel caso in cui nei prossimi mesi le cariennili si dovessero rivelare errate e le previsioni meteo non corrispondessero alla realtà le responsabilità vanno ricercate unicamente nel cambiamento climatico. Del resto non ci sono più nemmeno le mezze stagioni.

Clicca sull’infografica per ingrandirla, se necessario puoi zoomare. 

Cariennili infografica

Il meteo del 2014 nel dettaglio, mese per mese.

Gennaio 2014
– Sarà un mese per lo più soleggiato e mite come lo è stato il 14 dicembre del 2013.
Febbraio 2014 – Nella prima parte di febbraio non godremo di bel tempo, sarà per lo più nuvoloso. Dopo giorno 11 potremo avere qualche giornata di sole e temperature più miti.
Marzo 2014 – Marzo pazzerello, guarda il sole e prendi l’ombrello, l’adagio popolare troverà conferma nel 2014. La prima parte del mese sarà caratterizzata da giornate con poco sole e un po’ di vento. Nella seconda parte il meteo peggiorerà e avremo giornate grigie.
Aprile 2014 – Ad aprile arriverà la primavera. Inizialmente godremo di sole e temperature miti. Nella seconda parte potremo godere di belle giornate e temperature più alte.
Maggio 2014 – Sole e bel tempo per tutto il mese. Se volete programmare delle vacanze maggio potrebbe essere il mese giusto.
Giugno 2014 – Anche a giugno potremo vivere belle giornate caratterizzate da bel tempo e sole. Attenzione, intorno a giorno 20 potremmo assistere a qualche giorno nuvoloso.
Luglio 2014 – No, non prendete le ferie a luglio. Nonostante sia un mese estivo, il prossimo sarà caratterizzato da brutto tempo.
Agosto 2014 – Anche agosto potrebbe farci qualche scherzo. Soprattutto nella seconda metà del mese probabili giornate poco estive.
Settembre 2014 – Sarà un mese ventoso ma tutto sommato godremo di bel tempo salvo qualche giornata nuvolosa.
Ottobre 2014 – Poco sole e nuvole per gran parte del mese. Tra metà e fine mese probabili precipitazioni.
Novembre 2014 – Un mese caratterizzato da nuvole, piogge e vento. Probabili giorni di sole e bel tempo a cavallo di giorno 11 quando dovremmo vivere l’estate di San Martino.
Dicembre 2014 – La vera estate del 2014 la vivremo a dicembre, potremo azzardare qualche bagno al mare. Bel tempo e sole.


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Il meteo, le cariennili e la presunta follia di mio padre.

Politiche di riciclo. L’etica di Mauro: da Ragusa al Senato con i voti dei campani

L’ex presidente della provincia di Ragusa Giovanni Mauro candidato ed eletto al Senato con la lista Pdl in Campania. Da mesi si vociferava di una sua candidatura a sindaco di Ragusa giustificata anche da alcuni ambigui manifesti:  «Ragusa ritorna protagonista».

Da tempo ormai siamo abituati ai politici che si riciclano, da un partito all’altro per costruirsi una nuova carriera politica e assicurarsi un’altra poltrona. Tra i casi più recenti ed eclatanti ci sono Antonio Razzi e Domenico Scilipoti che da parlamentari dell’Italia dei Valori sono diventati salvatori dell’ultimo Governo Berlusconi che li ha ripagati candidandoli in Abruzzo e Calabria.

Lo spoglio di ieri ci ha regalato una nuova frontiera del riciclo, quello geografico. Nascere e crescere politicamente in un territorio per poi al momento del declino riciclarsi in un altro. Un nuovo e raffinato metodo per trovare nuove poltrone da occupare. Protagonista di questa finissima operazione è Giovanni Mauro, ex di Forza Italia, di Pdl, di Grande sud e adesso nuovamente alla corte di Silvio Berlusconi. Nel suo pedigree non mancano i guai con la giustizia e una condanna definitiva. È stato ex presidente della provincia di Ragusa, ex presidente del Consorzio universitario di Ragusa, ex deputato ed ex senatore. Le ultime elezioni gli hanno riaperto le porte di Palazzo Madama dove tornerà come senatore campano. Un riciclo in piena regola, nella terra in cui sono maestri nel riciclare i rifiuti altrui.

Qualche mese fa, a pochi giorni dalle elezioni regionali in Sicilia, dichiarava: «di fronte a una classe politica che ha distrutto, per distrazione o incompetenza, ciò che avevamo costruito a cavallo tra gli anni novanta e il duemila, è doveroso tornare in campo. Non importa se alla Regione, al parlamento nazionale o nella sindacatura di Ragusa, non inseguo primati personali, ma mi accorgo che la nostra comunità non è più rappresentata. Per questo torno alla politica attiva nel territorio. Lo faccio da cattolico, che sente il peso dell’etica della conoscenza e dell’etica della responsabilità».

Davanti ad un territorio che non è più rappresentato, un politico come Mauro non poteva rimanere sordo e fermo. Dopo le voci su una sua candidatura all’Ars e come sindaco di Ragusa ha deciso di puntare dritto a Senato passando per il voto dei campani. «Rifacciamo il patto territoriale, rimettiamo al centro le nostre piccole e medie imprese e l’occupazione. Ma serve credibilità e capacità di sintesi per fare questo. Gli slogan, i sei per tre, i baci e gli abbracci a bambini e vecchietti li lasciamo ad altri», diceva Mauro a fine settembre scorso mentre a Ragusa i suoi ambigui 6×3 recitavano: «Ragusa ritorna protagonista».

Ragusa non sapremo se ritornerà protagonista, di sicuro lui è tornato al Senato grazie al dodicesimo posto che gli hanno riservato nella lista del Pdl in Campania. Una vera fortuna per i siciliani che potranno contare sui venticinque senatori eletti in Sicilia e su uno eletto in Campania.

Muos: «cesso non autorizzato»

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Quando sabato 6 ottobre ho visto svettare le altissime antenne di contrada Ulmo a Niscemi, ho realizzato che il Muos non somiglia per niente alle immagini che avevo visto su internet. L’idea che mi ero fatto era tutta sbagliata. Non ci sono, per ora, quelle grosse, tozze e basse parabole simili a gigantesche antenne paraboliche. Al momento, il Muos, è in costruzione all’ombra di una vasta distesa di tralicci, cavi e reti. L’antenna più alta la si vede da molto lontano, svetta alta sulla campagna, immensamente più alta dei sugheri della riserva naturale. Le nuove antenne si andranno ad aggiungere ad una già esistente riserva artificiale di tralicci.

Quello che avevo immaginato era una grande base militare con delle grosse antenne. La realtà, però, è molto diversa dalla mia idea, ed è anche più angosciante. Se non l’avessi visto con i miei occhi non sarei riuscito a comprendere le dimensioni di questa base americana. A colpirmi non sono tanto le antenne ma la gigantesca area destinata all’uso militare. La rete di recinzione scorre per chilometri, racchiude una distesa cretacea in cui oggi crescono solo antenne. Un deserto giallo, brullo, triste.

Pare che la base della marina americana occupi centoventidue ettari di campagna. Centoventidue ettari. Quanti sono centoventidue ettari? Immaginate centoventidue campi di calcio, non vi sbaglierete di molto. Una superficie che l’occhio umano non riesce a scorgere nella sua totalità. Troppo grande anche da immaginare. Immensa.
Su questi centoventidue campi da calcio hanno piantato quarantuno antenne e altre ne saranno istallate. Tra queste, due saranno alte centocinquanta metri. Centocinquanta metri. Il grattacielo più alto in Italia arriva a centoquarantasei metri.

Dalle basse colline su cui mi trovo riesco a scorgere una strada, qualche piccola costruzione e tantissime antenne, di altezza diversa e quasi tutte sottili. Dalla cima si diffondono tanti cavi che in più punti si intrecciano a rete. Alcune sono basse e hanno tre braccia, credo aspettino di poter abbracciare il piatto di una grossa parabola. Tra tutte mi hanno colpito tre antenne formate da pali disposti in cerchio, obliqui. Ricordano una giostra. La guardi e vorresti che cominciasse a girare facendo muovere dei seggiolini volanti. Speri di sentire le urla dei bambini e la musica, ma non siamo al luna park, siamo in un’area militare americana. Nessuna giostra solo potenti antenne che nessuno vuole.

Ritorni in te e continui a guardare. Cerchi di farlo da una posizione privilegiata, nel punto più alto su cui puoi arrivare. Ti sforzi, socchiudi gli occhi per fissare meglio l’orizzonte e cerchi la fine della base, invano. Speri di poter vedere un sughero oltre tutte le antenne, ma niente. Solo deserto, a perdita d’occhio. Ci riprovi, sali su un’altra collina, strofini gli occhi, pulisci gli occhiali ma oltre le antenne ci sono solo altre antenne.

Sulla rete che delimita l’area americana c’è un cartello che sintetizza tutto. Qualcuno con amara ironia e con lucido ingegno ha modificato il testo facendo saltare due lettere: «Attenzione. Area riservata, cesso non consentito».

Cara matricola, sarà dura

Mi sono laureato pochi mesi fa. Talmente pochi da non essermi ancora abituato alla perdita dello status di studente che mi permetteva di entrare al cinema a prezzi scontati.
Sono arrivato all’atteso traguardo con anticipo rispetto alla sfigato-line sancita da Michel Martone. Non posso quindi essere considerato uno sfigato, anzi, io mi reputo fortunato. Molto.

Se mi fossi iscritto all’università quest’anno probabilmente non sarei mai riuscito ad ottenere il pezzo di carta: le tasse sono aumentate, le borse di studio diminuite e i posti letto nelle residenze universitarie sono stati drasticamente ridotti. Non sono sensazioni ma lucide considerazioni supportate dai numeri.

La prima rata di tasse dell’anno accademico 2004/2005 era di 245 euro, mentre la seconda rata, per i redditi più bassi, era di 60 euro. Chi frequenterà l’Ateneo etneo quest’anno dovrà pagare un primo bollettino di quasi 500 euro e una seconda rata che partirà da 130 euro. In pratica, rispetto al mio primo anno di iscrizione le tasse sono raddoppiate.

Mentre le tasse sono sensibilmente aumentate, i posti letto per gli studenti fuorisede sono stati dimezzati. Dai 1050 posti del 2004 si è passati ai 552 di quest’anno. Per i nostalgici è ancora online la pagina del sito dell’Ersu con l’elenco delle residenze di otto anni fa. Se siete matricole, navigare su quella pagina può essere un esercizio per capire cosa vi è stato negato.
La causa principale della riduzione di posti letto è stata la chiusura della residenza Hotel Costa che da sola garantiva oltre 303 posti. Altre cause sono da ricercare nell’incapacità di sostituire l’immobile di via Etnea con un altro. Emblematica, da questo punto di vista, è la residenza Toscano-Scuderi: dopo un restauro costato 6 milioni di euro la residenza è ancora chiusa per problemi di stabilità strutturale. Ha, invece, assunto i connotati di una telenovela dal finale amaro la costruzione della residenza Tavoliere (pag 8). Oltre trent’anni di carte bollate, progetti e rinvii per una residenza di circa 1000 posti letto che non vedrà mai la luce.

Con la chiusura dell’Hotel Costa è cessata anche l’attività della mensa che si trovava nello stabile. Se prima gli studenti potevano contare su tre mense, di cui due in centro città, ora le possibilità si sono ridotte a due. Per avere un pasto bisogna sudarselo, pazientare e fare la fila nell’unica mensa in centro città (Oberdan), oppure spostarsi in quella al Policlinico. In compenso però il tesserino mensa è iper-tecnologico e funziona con le impronte digitali!

Una sorte simile a quella delle residenze e delle mense è toccata alle borse di studio, anno dopo anno il budget dell’Ersu per questa voce è stato sensibilmente ridotto. Ammontano a poco più di 9 milioni di euro i fondi destinati alle borse di studio per questo anno accademico, l’anno passato erano quasi 11 milioni. Anche l’ufficio per il Diritto allo Studio dell’Ateneo ha dovuto stringere la cinghia. Nel  2009 sono state bandite 96 borse di studio per l’incentivazione e la razionalizzazione della frequenza universitaria, nel 2010 le borse sono diventate 48 e attualmente non si trova traccia di nuovi bandi per quest’anno accademico.

Numeri alla mano, negli ultimi anni, i costi che gli studenti universitari sono costretti ad affrontare sono raddoppiati, mentre i benefici sono stati dimezzati. Se mi fossi iscritto all’università quest’anno, molto probabilmente, non mi sarei mai potuto laureare. Quando ho iniziato la mia carriera universitaria ho ottenuto il posto letto dopo uno scorrimento di graduatoria, questo significa che inizialmente non ero tra i primi 1050. Oggi per ottenere lo stesso posto dovrei essere 500 posti più in alto in graduatoria. Lo stesso vale per la borsa di studio, il primo anno riuscì ad ottenerla solo molti mesi dopo l’inizio delle lezioni, e anche in questo caso grazie ad uno scorrimento di graduatoria. Se si considera che il primo anno si concorre a questo genere di benefici solo in base alla situazione economica familiare, pur risultando idoneo, quest’anno sarei rimasto senza posto letto e borsa di studio. Più che diritto allo studio un privilegio per pochi.

A questo punto mi sento di dover dedicare un paio di righe ai futuri universitari. Bisogna dirgli la verità, spiegargli che sono sfigati, ma non alla maniera di Martone.
Cara matricola iscritta all’università di Catania, devi sapere che per frequentare non devi solamente pagare e superare un test di ammissione ma devi fare a meno della metà dei benefici a cui io ho potuto concorrere. Come se questo non bastasse dovrai versare il doppio delle tasse. Lo so che è ingiusto, ma questa è la realtà e dovresti prenderne atto. Ti diranno che è colpa della crisi, non ammetteranno mai che è colpa di politiche (nazionali e locali) completamente senza senso. Troveranno sempre una causa esterna e lontana. Rimane un dato: se la tua famiglia non può sostenerti economicamente sarà dura laurearti. Durissima. In bocca al lupo!

Abitare in grotta nel Novecento. Il caso Chiafura.

Abitare in grotta nel Novecento. Il caso Chiafura è il titolo della mia tesi di laurea. Questo lavoro indaga il fenomeno dell’abitare in grotta nel Novecento, con particolare attenzione all’insediamento rupestre di Chiafura, quartiere di Scicli in provincia di Ragusa. Lo studio dà ampio spazio alle voce dei testimoni diretti che hanno raccontato la vicenda dal loro punto di vista, ricostruendo gli eventi sia dal punto storico-amministrativo che  da quello storico-antropologico. Una ricostruzione storica che unisce la prospettiva dall’alto all’ottica del popolo.


L’Italia del secondo dopoguerra era un paese in emergenza. Lacerata dalla guerra, instabile politicamente e in crisi economica dovette far fronte ad una ricostruzione che non fu facile. La situazione abitativa era sicuramente uno dei problemi più difficili da affrontare. Interi quartieri erano stati distrutti, i vani a disposizione non erano sufficienti al numero delle famiglie che, disperate, occupavano soffitte, cantine, baracche, tuguri e addirittura grotte. Come emerge dall’ Inchiesta sulla miseria e sui mezzi per combatterla del 1951, su una popolazione di oltre 47 milioni di italiani, circa 928.000 persone erano costrette a vivere in soffitte o cantine e circa 368.000 in grotte e baracche. Questo significa che l’1 percento della popolazione italiana, all’inizio degli anni Cinquanta, viveva in grotte scavate nella roccia. Questi dati furono ritoccati al rialzo dal rapporto Svimez, che stimava nell’1 percento il numero delle famiglie che viveva in grotte nel sud, e nello 0,5 percento nel nord Italia.

Negli anni Cinquanta ogni regione d’Italia contava degli aggrottati, persone povere costrette a vivere in abitazioni scavate nella roccia: umide, malsane, fetide e senza nessun servizio igienico. Una condizione di miseria al limite dell’umano.
Il comune di Scicli con oltre 1600 aggrottati, su una popolazione di quasi 23.000 abitanti, si pone ben oltre la media nazionale arrivando al 7 percento di abitanti in grotta. Così, a metà degli anni Cinquanta, Chiafura appare come un vergogna nazionale non più tollerabile. Come per i Sassi di Matera si invocano attenzione, leggi e finanziamenti che, però, tardano ad arrivare.

Le peculiarità di questo insediamento trogloditico vanno ricercate nei quasi quindici anni di lotta per la casa e nel modo in cui questa è stata condotta dal Partito Comunista, dai giovani del Movimento Vitaliano Brancati, dagli aggrottati e dagli sciclitani in generale. La cittadina si mobilita, i politici fanno pressioni ai governi regionale e nazionale, sollecitano l’intervento di politici e intellettuali. Nel 1959, l’onorevole comunista Giancarlo Pajetta visita le grotte, dopo lui toccherà ad un gruppo di intellettuali tra i quali spiccano i nomi di Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi e Renato Guttuso, che hanno avuto il merito di far conoscere a gran parte dell’Italia la misera vita di chi viveva in grotta a Scicli.

Altro tratto distintivo del caso Chiafura emerge dall’identificazione dell’aggrottato con il chiafuraro, l’abitante di Chiafura. Sebbene fossero presenti altrettanti aggrottati distribuiti per i vari quartieri della città, solo il chiafuraro assumeva l’archetipo dell’abitante in grotta, dato non secondario se di pensa alle discriminazioni che derivavano da questo status.
Le grotte di Chiafura sono state abitate fino ai primi anni Sessanta. A Scicli, gli aggrottati mettevano piede per la prima volta in un casa con servizi igienici, elettricità e acqua corrente nello stesso momento in cui gran parte dell’Italia era saldamente proiettata verso il benessere, magari a bordo di una Fiat Cinquecento, simbolo del boom economico.

Ma la storia di Chiafura non si esaurisce con l’abbandono delle grotte e il conseguente trasferimento degli aggrottati negli alloggi del nuovo quartiere di Jungi. Nonostante per molti anni dimenticato, il quartiere delle grotte è stato lentamente riscoperto vent’anni dopo. Se nel dopoguerra, era stato letto come luogo della vergogna, come un ferita da sanare e dimenticare, a partire dagli anni Ottanta è significativamente diventato luogo della memoria.

Tutta la vicenda viene raccontata secondo una parabola che identifica, inizialmente, Chiafura come vergogna nazionale, per arrivare ai giorni del recupero della memoria e della sua valorizzazione. In mezzo viene ricostruita la lotta, la creazione di valore con la costruzione delle nuove case popolari e la rimozione.
Un processo di indagine e riscoperta, documentato da fonti storico-amministrative e da fonti orali che riannodano i fili della memoria, che tornano ad intrecciare la storia dei chiafurari con quella di Scicli e riportano Chiafura al centro della storia contemporanea della città. Una tela di vicende che era stata volutamente sfibrata, dimenticata, ma che col passare del tempo ha portato a ripensare come luogo della memoria tutto il costone roccioso che raccoglie le cento bocche di Chiafura. Non più una montagna del purgatorio con i gironi uno sull’altro, per dirla con le parole di Pasolini, ma come qualcosa da preservare e valorizzare perché parte fondamentale del patrimonio culturale degli sciclitani.

Per ricostruire l’intera vicenda, sono stati studiati i documenti amministrativi dell’archivio storico del comune di Scicli, gli articoli di diversi giornali e riviste, le testimonianze scritte e le fonti orali raccolte con interviste ai testimoni diretti. La metodologia scelta ha permesso di indagare e ricostruire la vicenda dal punto storico-amministrativo ma anche da quello storico-antropologico. Una ricostruzione storica che unisce la prospettiva dall’alto e l’ottica del popolo, che prende in considerazione gli avvenimenti importanti ma anche fatti e gli eventi che riguardano la gente comune.

Pezzi da ‘90, amarcord in musica. Tormentoni trash? Meglio le cover

Di Roberto Sammito | 26 marzo 2012 | da Ctzen

Scatman e trottolino amoroso, gli 883 e i Tipical. Gli anni Novanta dal punto di vista musicale sono stati (anche) questo. Ora una compilation e un programma radiofonico fanno risuonare questi tormentoni trash affidandone l’interpretazione a 26 band emergenti. Ascoltate le cover più riuscite secondo l’ideatore e conduttore di Pezzi da ‘90, Roberto Sammito, e votate la vostra preferita

Sono cresciuto negli anni in cui Fiorello presentava il Festivalbar, nei negozi di dischi la compilation più venduta era Hit mania e le radio italiane riempivano i palinsesti di musica dance, unico genere che riuscivamo ad esportare. La colonna sonora delle mie giornate la selezionavano speaker e deejay di radio più o meno famose, il grunge non sapevo cosa fosse, il britpop non arrivava alle mie orecchie. Non avevo internet, ai tempi giocavo a pallone, e quindi non potevo scaricare musica. Ascoltavo quello che passava il convento, cioè quello che passavano le radio.

Sono stato un adolescente negli anni Novanta, sono cresciuto ascoltando The color inside deiTipical, Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883 e Mare mare di Luca Carboni. Ricordo bene queste canzoni, anche se onestamente non è musica di cui vado particolarmente fiero. Per capirci, è una di quelle cose che non racconto al primo appuntamento con una ragazza.

Nonostante siano canzoni di cui mi vergogno un po’, se per caso mi capita di ascoltarle in radio, o quando entro nel locale sbagliato, spontaneamente mi viene di cantarle. E mi è anche capitato, complice qualche bicchiere di troppo, di intonare Vamos a bailar 50 special durante qualche festa di compleanno. Insomma, i successi degli anni Novanta sono una parte di me che per pudore cerco di nascondere.

Per fortuna, però, nell’agosto del 2011 l’etichetta discografica Garrincha dischi propose aventisei artisti italiani di risuonare, con una buona dose di ironia, i tormentoni degli anni Novanta. Prese così forma il Cantanovanta, doppia compilation con ventiquattro cover in download gratuito. Garrincha, dal 2008, produce musicisti italiani, una dozzina di gruppi che suonano in lungo e in largo per l’Italia ma che stanno lontano dagli Amici di Maria, dai realitymusicali e da Sanremo. Ha all’attivo diverse compilation, oltre al Cantanovanta, ha pubblicato Il natale non è reale e il Calendisco.

Nel Cantanovanta si può sentire 33ore reinterpretare Scatman’s world come fosse una canzone di Bob Dylan, gli Jang Senato che suonano Vattene amore in chiave bossanova e i Le-li che cantano Barbie girl come se fosse uscita negli anni Cinquanta. La compilation ha avuto da subito un gran successo e mi ha permesso di tornare a cantare la musica della mia adolescenza senza vergognarmene.

Dopo aver ascoltato per decine di volte L’Orso che canta Serenata rap ho pensato che sarebbe stato bello farne un format radiofonico, l’avrei chiamato Pezzi da ’90. Ho acceso il mixer, scritto la prima puntata e dopo averla registrata l’ho inviata allo staff di Garrincha che si è subito mostrato entusiasta. Dopo è arrivata anche la collaborazione con Raduni, l’associazione delle emittenti universitarie italiane, e quattro radio hanno deciso di ritrasmettere il mini-format che inizialmente avevo pensato solo per il web. A febbraio scorso il primo dei dodici episodi di Pezzi da ‘90 è stato trasmesso su RadiophonicaFanUcampus e Radio bue.

Tutte le puntate sono riascoltabili sul blog della trasmissione, dove è possibile conoscere anche gli orari di messa in onda nelle diverse radio. In attesa della seconda edizione di Pezzi da ’90, tra tutte qual è la cover che preferite? Io non ho ancora deciso ma sul podio salgono Attenti al lupo,Vattene amore e Scatman’s world.

Pubblicato su Ctzen.it

La (finta) pagina dell’Amt su Facebook «servizio interrativo»

Ieri mattina, volevo sapere se i conducenti degli autobus dell’Amt di Catania aderissero allo sciopero, ma invece di chiamare il numero verde ho fatto una ricerca su Facebook. Non immaginate il mio stupore quando ho trovato la pagina Amt Catania Orari. Quasi commosso per la scelta di offrire assistenza agli utenti attraverso il social network di Mark Zuckerberg, comincio a leggere gli status. Più leggevo più cresceva il mio stupore. Ero incredulo.

«Scusateci se nn vi abbiamo risposto ma ci sn stati problemi hai computer , inoltre il servizio interrativo della pagina riprendera il 02/01/2012 scusateci per il disagi»

Non credevo ai miei occhi. La pagina è piena zeppa di errori grammaticali, punteggiatura a dir poco creativa, linguaggio da sms adolescenziali, accenti dimenticati su un bus diretto al capolinea.

«noi cerchiamo di dare un giusto servizio , ma e impossibile , mancano fondi»

«poi sul fatto che l 830 passa ogni 120 minuti e vero ma xke ?»

L’idea che la pagina ufficiale dell’Amt fosse gestita da qualcuno che non riesce a scrivere in italiano la trovavo assurda. Un commento mi ha fatto temere il peggio, è firmato «Amt Catania». Ho chiamato l’ufficio relazioni con il pubblico dell’Amt, mi hanno assicurato che la loro presenza sul web non prevede nessuna pagina su Facebook.
A questo punto mi chiedo, ma non sarebbe il caso di pretendere che nel nome e nella descrizione della pagina venga chiaramente specificato che è una pagina non ufficiale? Ne va della reputazione dell’azienda, già fortemente criticata per il servizio non impeccabile.

Ctzen

Sei giorni di sciopero in Sicilia, «un tremendo autogol»

Lo sciopero degli agricoltori e degli autotrasportatori, che per sei giorni ha paralizzato la Sicilia, è stato criticato da molti per le violenze e le minacce ai danni di alcuni cittadini, ma anche per le improbabili rivendicazioni. Abbassamenti diel costo dell’energia a trenta centesimi e del carburante a settanta, insieme alla richiesta dell’istituzione di una moneta popolare, hanno dato l’immagine di una protesta senza obiettivi realistici.
Vi ripropongo due articoli a mia firma. Un reportage per conoscere le proteste a Scicli e un approfondimento con il parere di un esperto che propone delle misure concrete e critica le modalità dello sciopero. Leggi tutti gli articoli sull’argomento su Ctzen

Forconi, l’esperto boccia la protesta «Serviva lo stop alle merci dal Nord»

«La protesta è giustissima, sacrosanta, ma non ne condivido i modi. È stato un tremendo autogol». Questo il parere di Corrado Vigo, blogger, agrumicoltore e agronomo. Sul suo blog, sin dalle prime ore, ha contestato le modalità e l’utilità dello sciopero, anche in vista dei blocchi stradali che avrebbero coinvolto tutta l’Italia dalla settimana successiva. «Le cose si devono organizzare bene – spiega – Quando si creano disagi come quelli dei giorni scorsi si devono avere le idee chiare, non posso chiedere la luna se so che non la posso avere».

Lo sciopero degli agricoltori e degli autotrasportatori, che per sei giorni ha paralizzato la Sicilia, è stato criticato da molti per le violenze e le minacce ai danni di alcuni cittadini, ma anche per le rivendicazioni dei membri del Movimento dei Forconi e di Forza d’Urto. Proposte di improbabili abbassamenti del costo dell’energia a trenta centesimi e del carburante a settanta, insieme alla richiesta dell’istituzione di una moneta popolare, hanno dato l’immagine di una protesta senza obiettivi realistici.
«Si dice che chi non si lamenta è sempre in torto. Sono d’accordo, ma se vuoi fare una protesta non la fai a danno della tua popolazione e di un settore già in crisi», continua Vigo.

L’agronomo-blogger non è nuovo a manifestazioni e proteste. Nel 1995, insieme a Confagricoltura e all’allora vescovo di CataniaLuigi Bommarito, organizzò un corteo che vide sfilare gli agricoltori per le vie etnee. «Sei vuoi protestare seriamente fai in modo che i prodotti siciliani possano viaggiare, mentre blocchi le merci in entrata e le raffinerie siciliane che riforniscono le altre regioni d’Italia. Poi scendi in piazza e spieghi alla gente che in assenza delle mele importate possono mangiare le arance che produciamo noi. E siccome se la protesta rimane nell’isola nessuno ti ascolterà, prendi i tir e blocchi il raccordo anulare viaggiando a trenta chilometri orari».

Secondo Vigo, gli agricoltori avrebbero dovuto chiedere i rimborsi per le calamità naturali attesi da 15 anni. Considerato che né la Regione né il ministero dell’Agricoltura hanno i fondi necessari, avrebbero potuto proporre una compensazione. «Si potrebbe istituire una carta di credito con le somme che ogni singolo agricoltore vanta dalla Stato da usare per pagare tributi come IciIrap o Inps. Così lo Stato non versa soldi, ma allo stesso tempo non chiede niente all’agricoltore che vanta crediti. In questo modo la Serit non ipotecherebbe case e aziende ai contadini in affanno».

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Scicli, agricoltori allo stremo: «Ma andiamo avanti»

Gli agricoltori sciclitani sono allo stremo ma non intendono fermarsi. Dal primo giorno di sciopero il mercato ortofrutticolo di Donnalucata è chiuso. Due i blocchi stradali del movimento dei Forconi, uno nella frazione di Sampieri e l’altro, il principale, sulla provinciale 39 che collega Scicli a Donnalucata. I camion e i mezzi agricoli sono parcheggiati ai bordi della strada per circa due chilometri, i manifestanti si riparano dal freddo in un piccolo gazebo.

Nessuno conferisce merce al mercato, sono fermi gli autotrasportatori e le cooperative di confezionamento. Ipomodori maturano nelle serre ma nessuno intende raccoglierli. «Siamo gente che lavora, non ci piace perdere tempo e sprecare il nostro prodotto. Stiamo pagando direttamente, ma lo facciamo con coscienza – racconta l’imprenditore agricolo Guglielmo Cintoli – Chi ha aderito al movimento sapeva a cosa andava in contro. Per la prima volta il mancato guadagno non è causato dai mercati ma da una nostra scelta. Per la nostra protesta».

Gli agricoltori del Movimento chiedono il taglio delle accise regionali sul carburante che incide direttamente sul costo dei prodotti. «Un tir che deve portare la merce a Milano ha bisogno di oltre duemila euro di benzina. Così, il commerciante del nord sceglie la merce spagnola che costa la metà», dice un anziano agricoltore. L’aumento degli ultimi anni del prezzo del petrolio, inoltre, ha fatto aumentare di molto anche il prezzo del film plastico che si usa per coprire le serre. Un altro importante intervento in cui tutti sperano è poi il blocco delle cedole della Serit Sicilia, società che riscuote i tributi nell’isola. «La Serit applica tassi da usurai, c’è gente che per un debito di dieci milioni, risalente a venti anni fa, oggi si trova con un debito di centomila euro, i beni e l’azienda pignorata, senza nemmeno poter fare richiesta di credito – continua Cintoli – È costretto a morire, chi lo aiuta? Ci sentiamo abbandonati».

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Gli agricoltori non sono operai

Dalle prime ore di questa mattina tir, camion e trattori si sono riversati sulle strade siciliane per bloccare la viabilità prendendo di mira le arterie principali, gli svincoli autostradali e i porti. Agricoltori, allevatori, autotrasportatori, pescatori e commercianti si sono riuniti sotto il simbolo del forcone. Hanno intenzione di trasformarsi in una forza d’urto perché la loro non è una protesta ma una rivoluzione. Cinque giorni di blocchi stradali, cortei e manifestazioni per aprire un dialogo sul costo dei carburanti, sulle cedole della Serit, sull’utilizzo dei contributi europei per uscire dalla crisi dell’agricoltura che ogni giorno si fa più acuta. «Occuperemo luoghi strategici e simbolici in tutta la regione: snodi autostradali, porti, raffinerie, aeroporti, banche e sedi della Serit», ha affermato Mariano Ferro, agricoltore e tra i leader del Movimento dei forconi.

Ma gli agricoltori non sono operai e il movimento dei forconi non è un sindacato.
Così la rivoluzione sperata viene ridimensionata dal disinteresse generale. Siamo abituati alla (sacrosanta) solidarietà agli operai, all’intervento dei ministri nelle vertenze dei lavoratori dei poli industriali italiani, alle manifestazione degli studenti fianco a fianco con la Fiom o la Cgil, alla società civile che si indigna contro Marchionne e che sostiene i tassisti. Ai giornali e alle tv che seguono le mobilitazioni davanti ai cancelli delle fabbriche.

Ma gli agricoltori non sono operai, quindi niente solidarietà. Non ci siamo proprio abituati. Gli studenti universitari che ricordano (giustamente) di manifestare solidarietà agli operai di Torino dimenticano di salire sul camion con gli agricoltori siciliani. Dai vertici dei partiti, dai governi nazionale e regionale, nessun comunicato sebbene lo sciopero fosse stato abbondantemente annunciato. Dei sindacati, poi, ci sono agricoltori che giurano di non averne mai sentito parlare. Le televisioni, se non quelle locali, non mandano le loro troupe per raccontare quello che succede, e i giornali nemmeno si sognano una diretta twitter per seguire le mosse del Moviemento dei forconi. Anche qui, le testate locali sono utili eccezioni.

Sono soli, gli agricoltori, ma ci sono. La sorte ha voluto che stamattina piovesse sul loro capo. Però ci sono. A Gela hanno bloccato la città insieme ai lavoratori della raffineria, ad Avola sono riusciti a convincere i commercianti a chiudere le attività commerciali mentre gli studenti delle scuole li hanno seguiti nei diversi presidi. Gli studenti di Rosolini, invece, hanno scelto l’occupazione come forma di protesta. A Palermo, hanno bloccato il porto e la A 19, code e rallentamenti si verificano in tutte le principali autostrade siciliane. Nel catanese difficoltà per la viabilità ad Acireale, San Gregorio e Giarre. Presidi si contano in quasi tutti i comuni dell’isola.

Chi protesta dice di non volersi fermare, creeranno disagi e se ne scusano, ma vogliono andare avanti. C’è tempo quindi per recuperare, per esprimere solidarietà e accendere qualche riflettore su una parte dell’economia siciliana che occupa oltre un milione di persone.

C’è tempo per dire che, se le proteste dei tassisti sono legittime, dovevano esserlo anche quelle degli allevatori che hanno prima acquistato a caro prezzo le quote latte e poi hanno saputo che dal 2015 verranno abolite. O per scoprire che le grandi distribuzioni impongono i prezzi dell’ortofrutta, senza che esista un vero mercato che permetta alle aziende di guadagnare e quindi lavorare. Ci dovrebbe essere spazio per raccontare che mentre gli agricoltori siciliani fanno i conti con disciplinari di produzioni molto rigidi, le industrie importano prodotti senza che il consumatore possa conoscerne il luogo di produzione e le tecniche.

Molte sarebbero le cose da dire sul comparto agricolo siciliano. Anche le pecche, come i contributi a pioggia che non generano efficienza o i problemi del trasporto su gomma spesso nelle mani della criminalità organizzata.

Al di là della retorica, che molto spesso avvolge questa protesta, ci sono problemi concreti, risolvibili se solo venissero presi in considerazione. Un primo passo sarebbe un servizio del Tg in meno sulla stagione sciistica che parte con quindici giorni di ritardo e uno in più sugli agricoltori che da quindici anni sono in affanno.
Bisognerebbe affrontare i problemi per il bene di tutti, dell’economia dell’isola in primis e poi dell’Italia intera. Perché gli agricoltori non saranno operai ma i cancelli rischiano di chiudersi anche per loro. Non sono i cancelli delle grandi fabbriche italiane ma quelli di tante piccole aziende che non riescono più ad andare avanti. E questa non è retorica.

Scoperte di inizio anno

Catania, quartiere Cibali.
Pomeriggio del primo gennaio, metto fuori di casa il naso per andare a prendere l’acqua.
Mentre pigramente riempio le bottiglie in una fontanella vicino casa un cartellone pubblicitario 6×3 attira la mia attenzione. La pubblicità di una camera da letto in super offerta era stata sostituita con una raffinata campagna di comunicazione politica.

«Il consigliere Santo Arena e i seguenti esercizi commerciali vi augurano buone feste».
Sul lato destro il giovane consigliere sorride mestamente, sulla sinistra compaiono i loghi di ventotto attività commerciali. Un esercizio di marketing politico con il supporto delle attività commerciali del quartiere. Tra i sostenitori due rivendite di tabacchi, una Despar, la Q8 e un concessionario di auto.
Speriamo non esista il reato di finanziamento illecito di consigliere!

Fisso ammirato il cartellone. La bottiglia si riempie e l’acqua schizza fuori bagnandomi.
Con l’acqua in borsa mi incammino verso casa e ripensando al consigliere sorrido. A un certo punto però il mio sorriso sparisce. Noto a terra una serie di bossoli. Ne raccolgo alcuni.
Evidentemente, la notte prima qualcuno ha pensato di festeggiare il nuovo anno sparando qualche colpo. La cosa mi inquieta.
Sono bossoli di 8mm, dovrebbero essere di una pistola a salve. Lo spero.
Sembra che in giro ci siano più pistole che cervelli.
Buon 2012