Muos: «cesso non autorizzato»

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Quando sabato 6 ottobre ho visto svettare le altissime antenne di contrada Ulmo a Niscemi, ho realizzato che il Muos non somiglia per niente alle immagini che avevo visto su internet. L’idea che mi ero fatto era tutta sbagliata. Non ci sono, per ora, quelle grosse, tozze e basse parabole simili a gigantesche antenne paraboliche. Al momento, il Muos, è in costruzione all’ombra di una vasta distesa di tralicci, cavi e reti. L’antenna più alta la si vede da molto lontano, svetta alta sulla campagna, immensamente più alta dei sugheri della riserva naturale. Le nuove antenne si andranno ad aggiungere ad una già esistente riserva artificiale di tralicci.

Quello che avevo immaginato era una grande base militare con delle grosse antenne. La realtà, però, è molto diversa dalla mia idea, ed è anche più angosciante. Se non l’avessi visto con i miei occhi non sarei riuscito a comprendere le dimensioni di questa base americana. A colpirmi non sono tanto le antenne ma la gigantesca area destinata all’uso militare. La rete di recinzione scorre per chilometri, racchiude una distesa cretacea in cui oggi crescono solo antenne. Un deserto giallo, brullo, triste.

Pare che la base della marina americana occupi centoventidue ettari di campagna. Centoventidue ettari. Quanti sono centoventidue ettari? Immaginate centoventidue campi di calcio, non vi sbaglierete di molto. Una superficie che l’occhio umano non riesce a scorgere nella sua totalità. Troppo grande anche da immaginare. Immensa.
Su questi centoventidue campi da calcio hanno piantato quarantuno antenne e altre ne saranno istallate. Tra queste, due saranno alte centocinquanta metri. Centocinquanta metri. Il grattacielo più alto in Italia arriva a centoquarantasei metri.

Dalle basse colline su cui mi trovo riesco a scorgere una strada, qualche piccola costruzione e tantissime antenne, di altezza diversa e quasi tutte sottili. Dalla cima si diffondono tanti cavi che in più punti si intrecciano a rete. Alcune sono basse e hanno tre braccia, credo aspettino di poter abbracciare il piatto di una grossa parabola. Tra tutte mi hanno colpito tre antenne formate da pali disposti in cerchio, obliqui. Ricordano una giostra. La guardi e vorresti che cominciasse a girare facendo muovere dei seggiolini volanti. Speri di sentire le urla dei bambini e la musica, ma non siamo al luna park, siamo in un’area militare americana. Nessuna giostra solo potenti antenne che nessuno vuole.

Ritorni in te e continui a guardare. Cerchi di farlo da una posizione privilegiata, nel punto più alto su cui puoi arrivare. Ti sforzi, socchiudi gli occhi per fissare meglio l’orizzonte e cerchi la fine della base, invano. Speri di poter vedere un sughero oltre tutte le antenne, ma niente. Solo deserto, a perdita d’occhio. Ci riprovi, sali su un’altra collina, strofini gli occhi, pulisci gli occhiali ma oltre le antenne ci sono solo altre antenne.

Sulla rete che delimita l’area americana c’è un cartello che sintetizza tutto. Qualcuno con amara ironia e con lucido ingegno ha modificato il testo facendo saltare due lettere: «Attenzione. Area riservata, cesso non consentito».

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