Abitare in grotta nel Novecento. Il caso Chiafura.

Abitare in grotta nel Novecento. Il caso Chiafura è il titolo della mia tesi di laurea. Questo lavoro indaga il fenomeno dell’abitare in grotta nel Novecento, con particolare attenzione all’insediamento rupestre di Chiafura, quartiere di Scicli in provincia di Ragusa. Lo studio dà ampio spazio alle voce dei testimoni diretti che hanno raccontato la vicenda dal loro punto di vista, ricostruendo gli eventi sia dal punto storico-amministrativo che  da quello storico-antropologico. Una ricostruzione storica che unisce la prospettiva dall’alto all’ottica del popolo.


L’Italia del secondo dopoguerra era un paese in emergenza. Lacerata dalla guerra, instabile politicamente e in crisi economica dovette far fronte ad una ricostruzione che non fu facile. La situazione abitativa era sicuramente uno dei problemi più difficili da affrontare. Interi quartieri erano stati distrutti, i vani a disposizione non erano sufficienti al numero delle famiglie che, disperate, occupavano soffitte, cantine, baracche, tuguri e addirittura grotte. Come emerge dall’ Inchiesta sulla miseria e sui mezzi per combatterla del 1951, su una popolazione di oltre 47 milioni di italiani, circa 928.000 persone erano costrette a vivere in soffitte o cantine e circa 368.000 in grotte e baracche. Questo significa che l’1 percento della popolazione italiana, all’inizio degli anni Cinquanta, viveva in grotte scavate nella roccia. Questi dati furono ritoccati al rialzo dal rapporto Svimez, che stimava nell’1 percento il numero delle famiglie che viveva in grotte nel sud, e nello 0,5 percento nel nord Italia.

Negli anni Cinquanta ogni regione d’Italia contava degli aggrottati, persone povere costrette a vivere in abitazioni scavate nella roccia: umide, malsane, fetide e senza nessun servizio igienico. Una condizione di miseria al limite dell’umano.
Il comune di Scicli con oltre 1600 aggrottati, su una popolazione di quasi 23.000 abitanti, si pone ben oltre la media nazionale arrivando al 7 percento di abitanti in grotta. Così, a metà degli anni Cinquanta, Chiafura appare come un vergogna nazionale non più tollerabile. Come per i Sassi di Matera si invocano attenzione, leggi e finanziamenti che, però, tardano ad arrivare.

Le peculiarità di questo insediamento trogloditico vanno ricercate nei quasi quindici anni di lotta per la casa e nel modo in cui questa è stata condotta dal Partito Comunista, dai giovani del Movimento Vitaliano Brancati, dagli aggrottati e dagli sciclitani in generale. La cittadina si mobilita, i politici fanno pressioni ai governi regionale e nazionale, sollecitano l’intervento di politici e intellettuali. Nel 1959, l’onorevole comunista Giancarlo Pajetta visita le grotte, dopo lui toccherà ad un gruppo di intellettuali tra i quali spiccano i nomi di Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi e Renato Guttuso, che hanno avuto il merito di far conoscere a gran parte dell’Italia la misera vita di chi viveva in grotta a Scicli.

Altro tratto distintivo del caso Chiafura emerge dall’identificazione dell’aggrottato con il chiafuraro, l’abitante di Chiafura. Sebbene fossero presenti altrettanti aggrottati distribuiti per i vari quartieri della città, solo il chiafuraro assumeva l’archetipo dell’abitante in grotta, dato non secondario se di pensa alle discriminazioni che derivavano da questo status.
Le grotte di Chiafura sono state abitate fino ai primi anni Sessanta. A Scicli, gli aggrottati mettevano piede per la prima volta in un casa con servizi igienici, elettricità e acqua corrente nello stesso momento in cui gran parte dell’Italia era saldamente proiettata verso il benessere, magari a bordo di una Fiat Cinquecento, simbolo del boom economico.

Ma la storia di Chiafura non si esaurisce con l’abbandono delle grotte e il conseguente trasferimento degli aggrottati negli alloggi del nuovo quartiere di Jungi. Nonostante per molti anni dimenticato, il quartiere delle grotte è stato lentamente riscoperto vent’anni dopo. Se nel dopoguerra, era stato letto come luogo della vergogna, come un ferita da sanare e dimenticare, a partire dagli anni Ottanta è significativamente diventato luogo della memoria.

Tutta la vicenda viene raccontata secondo una parabola che identifica, inizialmente, Chiafura come vergogna nazionale, per arrivare ai giorni del recupero della memoria e della sua valorizzazione. In mezzo viene ricostruita la lotta, la creazione di valore con la costruzione delle nuove case popolari e la rimozione.
Un processo di indagine e riscoperta, documentato da fonti storico-amministrative e da fonti orali che riannodano i fili della memoria, che tornano ad intrecciare la storia dei chiafurari con quella di Scicli e riportano Chiafura al centro della storia contemporanea della città. Una tela di vicende che era stata volutamente sfibrata, dimenticata, ma che col passare del tempo ha portato a ripensare come luogo della memoria tutto il costone roccioso che raccoglie le cento bocche di Chiafura. Non più una montagna del purgatorio con i gironi uno sull’altro, per dirla con le parole di Pasolini, ma come qualcosa da preservare e valorizzare perché parte fondamentale del patrimonio culturale degli sciclitani.

Per ricostruire l’intera vicenda, sono stati studiati i documenti amministrativi dell’archivio storico del comune di Scicli, gli articoli di diversi giornali e riviste, le testimonianze scritte e le fonti orali raccolte con interviste ai testimoni diretti. La metodologia scelta ha permesso di indagare e ricostruire la vicenda dal punto storico-amministrativo ma anche da quello storico-antropologico. Una ricostruzione storica che unisce la prospettiva dall’alto e l’ottica del popolo, che prende in considerazione gli avvenimenti importanti ma anche fatti e gli eventi che riguardano la gente comune.

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