Ospiti a tempo indeterminato

Ascolta l’intervista a Bashir

Pozzallo (Rg) – Aspettano, non sanno di preciso cosa ma aspettano. Sono i migranti ospitati nel centro di primo soccorso ed assistenza di Pozzallo. Meno noto dei Cie di Manduria o Mineo, il centro, allestito nei locali dell’ex dogana del porto, da febbraio ospita alcuni dei migranti sbarcati sull’isola di Lampedusa e fuggiti dalla guerra in Libia.
Sono liberi di uscire e di passeggiare per il centro della cittadina ragusana, li puoi vedere mentre camminano per strada o seduti su una delle panchine della villa che per ironia della sorte è a due passi da via dei pozzallesi emigrati. Sono quasi tutti giovani in attesa dei documenti e della libertà, al momento si accontentano di essere fuggiti da un paese in guerra ma non smettono per un attimo di pensare ad una nuova vita.

Bashir e Habib sono nigeriani, Nabil viene dal Benin. Li incontro a poche centinaia di metri dal porto mentre camminano verso il centro, li seguo e mi faccio raccontare la loro storia. «Siamo arrivati il 2 maggio da Lampedusa, quando ci hanno trasferiti qui non sapevamo dove ci avrebbero portati», mi dice Bashir. Ammettono di non conoscere il posto, nessuno li ha informati su dove li stavano portando. Nei prossimi giorni potrebbero essere ritrasferiti in altra struttura ma nulla è certo, non hanno certezze nemmeno per quanto riguarda i documenti. Da settimane viaggiano e hanno imparato che dopo ogni approdo c’è l’attesa.

«Abbiamo fatto un lunghissimo viaggio, ci siamo imbarcati per l’Italia perché non avevamo scelta. I problemi della Libia spingono la gente ad attraversare il mare e rischiare la vita per arrivare qui», racconta Nabil. Gli fa eco Bashir che ci svela un particolare che non conoscevo: «Per il viaggio non servono soldi. Ci sono dei buoni samaritani che ti portano per mare perché in Libia non ci sono le condizioni per vivere. C’è la guerra, molta gente è morta, non è un posto sicuro». Stupito, ripeto la domanda e Bashir mi conferma di non aver pagato nulla per attraversare il canale di Sicilia, poi aggiunge: «A Misurata, vicino casa cadevano bombe da ogni parte, non si può vivere è meglio scappare».

Gli chiedo della vita dentro il centro di accoglienza e ovviamente la prima risposta che danno riguarda il cibo e la sicurezza. «Per quanto riguarda il cibo va tutto bene ma ci sono altre cose di cui abbiamo bisogno. Non abbiamo né documenti né soldi, e per questo non possiamo nemmeno telefonare a casa. Per il cibo e la sicurezza va bene ma ci mancano tante altre cose», ribadisce Habib mentre mi mostra la richiesta di protezione internazionale, l’unico documento in loro possesso. Non hanno idea di quante persone sono ospitate nel centro, alcuni migranti sentiti dopo mi dicono che sono un centinaio.

Vivono in uno stato di completa ignoranza, nessuno gli dà spiegazioni, solo ordini. «Con la gente di qui non parliamo mai perché noi non conosciamo l’italiano e nessuno parla inglese. Ho provato con l’arabo ma è la stessa cosa, c’è una grande barriera linguistica. Con la polizia ci capiamo a gesti grazie al linguaggio del corpo», dice Bashir. «Io capisco poche cose, da quando sono arrivato c’è qualcuno che mi dice cosa fare e io li seguo. Mi fanno domande e io rispondo», aggiunge il giovane nigeriano.

I tre sembrano a loro agio, forse anche contenti di parlare con qualcuno del luogo. Bashir è quello che parla di più e ad un certo punto è lui a farmi delle domande, mi chiede se conosco i tempi per avere i documenti e se con questi potrà lasciare l’Italia. Gli rispondo, e gli domando se hanno voglia di andare in un’altra nazione europea. «No, non è importante noi vogliamo solo vivere in un posto sicuro. Però, ho l’impressione che in Italia vuole dividerci in differenti nazioni. Sarebbe una saggia decisione quella di ospitarci in diversi paesi per darci più opportunità. Io ci spero».

Bashir, Habib e Nabil aspettano e intanto sperano. Sono contenti di stare in un posto sicuro, senza guerra, ma trovano ingiusta la lunga attesa per avere i documenti e la libertà. Sognano di poter lavorare e di guadagnare, ma intanto si accontentano di una sigaretta. «Do you have a sigarette?» Mi chiede Nabil prima che gli potessi augurare buona fortuna.

Link
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