Stereotipi

Le scuole di lingua per stranieri sono i luoghi dove vivono e si riproducono gli stereotipi.
Non fa eccezione quella che frequento.
Sono entrato nella room 2 per la mia prima lezione. L’insegnante mi ha detto di presentarmi al resto della classe. Ho avuto il tempo di pronunciare il mio nome e dire che sono italiano prima che un ragazzo al mio fianco mi interrompesse per dire: «pizza, Berlusconi». Pausa. Io non parlo, lui non aggiunge altro. Aspettavo dicesse mafia ma non lo ha fatto. Sorrido e continuo.
Il ragazzo che mi ha interrotto è un francese. In classe c’è anche un tedesco e due spagnoli.
Sono stato catapultato in una barzelletta che potrebbe raccontare il Premier, se ci fosse dentro una parolaccia, una bestemmia o si ridesse facile con battute sul sesso.

A condurre la lezione per l’italiano, il francese, il tedesco e gli altri, c’è uno scozzese che si chiama Scott. Non poteva essere altrimenti. A prima vista sembra uno scimunito con una pettinatura assurda, molto alto e molto magro. Indossava una camicia con fiori azzurri piccoli piccoli e un paio di pantaloni a zampa di elefante da fare invidia ai Cugini di campagna. Al di là del discutibile abbigliamento è molto simpatico e arriva a scuola in bici.

Gli stereotipi sono la prima cosa a cui molti stranieri fanno riferimento quando cercano di iniziare una conversazione. Sostituiscono i commenti sul meteo tra connazionali.
In un negozio vado alla cassa per pagare, il commesso, da tratti indiani, mi chiede da dove vengo. Gli rispondo, e lui recita una lista di nomi di calciatori. C’è Maldini, Baggio e anche Vieri. Esclusi Del Piero e Cannavaro hanno tutti smesso di giocare da un po’, in questo caso lo stereotipo aiuta a coprire il basso livello del calcio nostrano.
Alla National Gallery mi accoglie un signore anziano basso e tarchiato. Noto due spille sulla sua giacca, un raffigura la bandiera scozzese e l’altra quella italiana. Risponde alle mie domande con cortesia, e mi chiede se sono spagnolo. Quando gli spiego che sono italiano vuole sapere di più perché anche lui viene da bel paese.
«Sicliano», dico io.
«Pure io», risponde lui. È nato ad Alcamo.
Mi stringe la mano, mi da una pacca sulla spalla e dice: «siamo isolati tutti e due». Forse si è sbagliato, voleva dire isolani. O forse no, intendeva proprio dire che noi isolani siciliani siamo isolati tanto che lui ha scelto la Scozia, che è comunque un’isola ma non proprio isolata. Mi tengo il dubbio e comincio la mia vista. Sotto consiglio del mio nuovo amico isolato cerco per primi i dipinti di Raffaello, Leonardo e Botticelli mentre mi chiedo come questo tizio, da Alcamo, sia finito alla National gallery di Edimburgo. Fantastico su intrighi mafiosi legati al contrabbando di opere d’arte fino a quando non trovo i quadri che cercavo.

Fuori dal museo mi aspetta un pallido sole. Ero entrato mentre una tempesta di vento e pioggia levigava le basole nere di Princes street e la gente si avvolgeva nei cappotti. Due ore dopo il meteo è completamente cambiato. Si sa, in Gran bretagna in una giornata ci sono tutte e quattro le stagioni. Finalmente anche io recito il mio luogo comune.
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Questo post è stato ripreso da Paperblog

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