Festival di cose belle

Maggio 2010

Un paio di scarpe comode, un giubotto con molte tasche e gli occhiali ché da lontano non ci vedo bene. In una tasca il registratore, nell’altra la fotocamera, e non potevano mancare l’agenda e il lettore mp3 per ascoltare la musica nelle pause. Il pc è nello zaino, sulle spalle.

Con l’equipaggiamento al completo parto per Perugia, per il Festival internazionale del giornalismo. Dal 21 a 25 aprile ho girato per le stradine medievali del capoluogo umbro per seguire la IV edizione del festival. Durante i 5 giorni  si sono susseguiti incontri, dibattiti, laboratori, e la sera teatro e proiezioni. Un programma tanto ricco da dover sempre sacrificare qualcosa per assistere ad altro, scegliere cosa seguire non è stato facile. Tra i 391 ospiti: il premio Pulitzer Paul Steiger, il direttore di El Paìs Javier Moreno, il direttore di Repubblica Ezio Mauro,  il premio Nobel per la pace e fondatore di Current tv Al Gore, e ancora Concita De Gregorio, Eugenio Scalfari, Marco Travaglio, Tiziana Ferrario e Roberto Saviano.

Per tutti i volontari e i ragazzi che seguono il festiva la “base operativa” è la sala stampa dell’Hotel Brufani, sede della segreteria del festival. Lì decine e decine di volontari e giovani giornalisti scrivono, montano video e audio. È un susseguirsi di chiamate, interviste, ricerche di spazio e prese elettriche. Mentre registro servizi e scrivo articoli scelgo quale sarà il prossimo evento da seguire. Per ogni scelta corrispondeva una rinuncia, per non pensarci mangiavo quintali di baci perugina. Vado a seguire Giornalismo ed informazione locale nella lotta alle mafie, il titolo è interessante la lista dei relatori di più. Tra loro anche Pino Maniaci, direttore di Telejato, che ha ricevuto numerose intimidazioni per le sue quotidiane denunce. «Nell’isola abbiamo due giornali: a Palermo il Giornale di Sicilia, buono per avvolgerci le alici, e a Catania invece le sarde ci hanno fatto sapere che non vogliono essere nemmeno ammugghiate ne La Sicilia» basta una frase a Maniaci per dire tutto sulla stampa siciliana. Siciliano e minacciato dalla mafia anche Lirio Abbate, giornalista per l’Espresso e autore del libro I Complici: «sono convinto che la forza delle parole, il racconto dei fatti, che restano purtroppo a lungo coperti dalla polvere, possano accendere una luce e le persone con quella luce possono vedere e capire meglio. Insomma, il mio lavoro è un contributo alla legalità», mi dice poco fuori dalla sala stampa mentre lo intervisto.

Avrò macinato chilometri tra i vicoli medievali di Perugia, da una sala all’altra, senza sosta. Per niente al mondo mi sarei perso la discussione sul “caratteraccio” degli italiani con Vittorio Zucconi, direttore di Radio Capital, Michele Serra di La Repubblica e Massimo Gramellini, vice direttore di La Stampa. «Noi viviamo in un tempo in cui i nostri miti li realizza il Walt Disney della politica, Berlusconi. E a chi ci affidiamo affinché ne si costruiscano di nuovi? A Fassino e D’Alema. O, ultimamente, a Fini, un fascista convertito» dice Zucconi. Gramellini non è più dolce: «Ormai abbiamo perso il senso dell’autorità e dell’autorevolezza. Siamo un’Italia in cui non si crede più che un giudice dia un giudizio in base alla giustizia: urliamo al complotto».

L’Italia viene inquadrata da tantissime prospettive, tra gli ospiti c’è anche Luigi Celli, direttore della Luis, che in una lettera pubblicata su La Repubblica aveva invitato il figlio a lasciare l’Italia. Ma il nostro paese viene visto anche con gli occhi degli immigrati. Fabrizio Gatti ha messo in scena uno spettacolo tratto dal suo libro Bilal, romanzo nato dal viaggio che lo ha portato dall’Africa all’Italia insieme a decine di immigrati, viaggiando nelle loro stesse tremende condizioni. Gatti ha trascorso la mattinata a rispondere alle domande dei tanti che lo hanno intervistato, non si tira indietro davanti alle mie domande nemmeno per andare a prendere un treno che lo aspettava. Alla fine lo ha perso. Il suo viaggio è incredibile, le leggi sull’immigrazione in Italia sono ridicole, le soluzioni proposte calpestano i diritti fondamentali. «Mi sono finto un clandestino a Lampedusa, non si sono accorti che fossi un Italiano. La traduttrice disse alle forze dell’ordine che ero iracheno, mi avrebbero rispedito lì, secondo loro, il mio paese d’origine».

Il penultimo giorno, sabato, incrocio Roberto Saviano mentre passeggia scortato. Se non fosse per la scorta non ti accorgeresti nemmeno della sua presenza. Discorso diverso per Al Gore che arriva, alla guida di una Mini Cooper, atteso da decine di giornalisti e tanti curiosi. La sera a teatro Saviano riceve più applausi del premio Nobel. I ragazzi, in fila dalle quattro del pomeriggio, aspettavano lui. Di questo incontro non vi racconto nulla, saprete già tutto. Il giorno dopo la mia faccia raccontava da sola tutte le giornate e le serate a Perugia, a voce dicevo poco, l’avevo persa. Mi aspettava il treno, il bus e l’aereo per tornare. Giusto il tempo di un ultimo bacio perugina. Il festival ha ancora qualche ora, ma io non potevo perdere il treno come Gatti.

Dimenticavo, ho ricevuto anche un premio.

Leggi lo speciale su Step1

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