Turista a casa mia

Ho fatto il turista, mi sono mosso di un paio di chilometri da casa mia. Mi sarebbe piaciuto andare in Canada, attraversare il continente americano fino in Patagonia, volare in India e prima di tornare a casa passare da Berlino. Purtroppo non potevo. Allora, ho approfittato di un paio di giornate primaverili e ho visitato casa mia.

So che a Catania esiste palazzo Biscari perché i Coldplay c’hanno girato un video, ho intervistato Marella Ferrera che mi raccontato dei suoi progetti e del suo museo attorno piazza Duca di Genova, ho conosciuto palazzo Platamone per lavoro e so tanto dell‘ex Monastero dei benedettini perché ci studio da  anni. Conosco ma non so, e se so non so tutto.

Il mio giro turistico è iniziato un giovedì pomeriggio. Fingendomi uno studente di architettura impegnato nella realizzazione di un progetto per un esame ho visitato un complesso postindustriale nel quartiere di San Cristoforo che è sede della Fondazione Brodbeck. Seimila metri quadrati, 15 capannoni costruiti tra l’ottocento e il novecento che sono serviti per la produzione di liquirizia prima, come presidio militare poi e, infine, come magazzino per lo stoccaggio di materie prime del consorzio agrario. Un intero isolato, abbandonato da decenni, che pian piano diventerà una cittadella dell’arte contemporanea grazie all’opera della fondazione.

Nei giorni successivi sono passato da San Cristoforo alla Civita perché in piazza Duca di Genova si teneva Civita in fiore. Piante, essenze, infusi e tè insieme a profumati saponi hanno riempito la piazza sotto la direzione della stilista Marella Ferrera. Mi faccio prestare una macchina fotografica che fa molto turista e comincio a girovagare lì attorno. Noto un ingresso con un giardino pieno di piante, entro. Senza saperlo varco il cancello del Museum and Fashion di Marella Ferrera. Mi ritrovo in un cortile pieno di piante e turisti. Appena entro un grosso cane comincia ad abbaiare contro di me. Tutti si girano a guardarmi, una guida lo zittisce e mi sorride. La situazione mi imbarazza moltissimo, borbotto un paio di parole senza senso, scatto un paio di foto e torno sui miei passi. Appena fuori sospiro. Ricordo che a due passi da me si trova palazzo Biscari. Mi sposto di pochi metri e un grosso portone mi annuncia che mi trovo nel luogo in cui è stato girato il video di Violet hill. Accendo la macchina fotografica e comincio a scattare foto. Dentro il palazzo trovo una cinquantina di artisti che espongono le loro creazioni tutte rigorosamente fatte a mano. Faccio un giro e decreto l’artigiano vincitore, un allevatore ragusano che proponeva delle provolette anche a forma di paperelle.

Da San Cristoforo alla Civita, dalla Civita all’Antico Corso, destinazione finale ex Monastero dei benedettini. Il Monastero è tanto incantevole quanto grande, in Europa solo i portoghesi si sono estesi di più. Ci studio da anni in quel posto, conosco quasi tutti gli angoli, ma non l’ho mai visitato con una guida. Lo faccio grazie alle studentesse di Officine Culturali, in un sabato mattina in cui si incontrano più turisti che studenti.

Girando per quegli enormi corridoi, salendo e scendendo da un livello all’altro, con fare da turista ti accorgi di star camminando su secoli di storia e non su semplici basole o colate laviche. È così che scopri che San Nicolò di Bari in realtà era  turco che con Bari non centrava nulla, che Sant’Euplio è il co-patrono di Catania (quello che nessuno si fila), che la chiesa di San Nicolò la Rena custodisce, oltre che l’organo di Donato del Piano, anche la meridiana di Sartorius e Peters  e che i monaci benedettini pagavano altri per pregare al posto loro. Mentre ascoltavo la guida stavo con il naso all’insù rapito dal racconto della storia, tornando in me non appena si interrompeva per permettere la traduzione in polacco.

Scalone centrale, chiostro di Levante, chiostro di Ponente, giardino dei Novizi, cucine e giù fino al ventre per vedere il Museo della fabbrica. Proprio alla fine del giro arriva “l’enterprise”. Colpo d’occhio incredibile: sotto i piedi e tutt’intorno la lava grezza, che pare ancora scorrere, e sopra le nostre teste una struttura d’acciaio rosso fuoco che esplode in tutta la sua modernità ma che pare stia lì da secoli, fusa in un unico corpo con la lava. È inutile raccontarvi altro del Monastero, si deve visitare. Dentro c’è tutto, “i monaci non si faceva mancare nulla e quando dico nulla intendo dire nulla”, dice la guida. La tre giorni da turista si chiude con una passeggiata e con qualche ora di relax su uno dei divani di Civita in fiore, pensando alla prossima meta da turista casalingo. Castello Ursino.

Grazie ai miei compagni di viaggio

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