C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo

Efraim Medina Reyes è uno scrittore colombiano considerato oggi uno degli scrittori sudamericani più talentuosi. Ha scritto C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo, libro che ho letto da poco. Mi stupisce sempre come un libro arriva tra le mie mani, il fatto di aver incontrato quel libro in quel momento e non in un altro. Comunque sia, un pomeriggio mi trovavo a casa di una mia amica e non avevo voglia di studiare. Mi metto a curiosare nella sua libreria e scelgo un libro. Lei mi vede e mi fa: “prendi questo, leggilo!” Detto fatto. Comincio a leggere quel libro un normale pomeriggio di aprile steso su un letto e lo finisco una normalissima notte di aprile su uno scomodo sedile dentro uno scompartimento di un treno.

Non è sicuramente il libro più bello che io abbia mai letto, lo stile di scrittura dell’autore non lo pone tra i miei autori preferiti, ma il libro mi ha appassionato. Lo consiglio. E voglio consigliare anche il momento della propria vita in cui leggerlo. Come si intuisce dal titolo dentro c’è una storia d’amore finita, finita male. In realtà la storia d’amore non è del tutto presente ma aleggia nell’aria fino all’ultima pagina. Quindi se prendete questo libro tra le mani in un momento in cui pensate ad una storia d’amore finita ne godrete profondamente. Goderne significa anche leggere molte pagine dure, che fanno pensare e danno fastidio. Se non volete leggere pagine che raccontano stati d’animo che avete vissuto da poco e che non volete rivivere non leggetelo. Fatelo una volta che guarirete dalla vostra storia finita male. Se mai guarirete.

Il linguaggio non è per puritani, è duro, spigoloso, direi rock come la musica di cui è intriso. Dal grunge dei Nirvana al punk rock dei Sex Pistols.

Rep è il protagonista, il Sudamerica lo scenario. Rep vuole cominciare una nuova vita e dimenticare una storia d’amore finita male perdendosi in azioni discutibili e intraprendendo iniziative come girare un film.I film sono meglio dei preti, degli psichiatri e dell’aspirina. Seduto nell’oscurità viaggi attraverso le immagini e dimentichi il presente. A volte ti annoi ma dimentichi sempre il presente. L’unica cosa che mi rompe dei film, belli o brutti che siano , è la parola Fine. Le luci si accendono e devi tornare al presente. L’ameno villaggio di pescatori si sfumò e Bogotà, sempre più invivibile e pericolosa, tornò a riempire i miei occhi.

Rep scappa spesso nella metropoli (Bogotà) ma i suoi soggiorni si rivelano sempre inconcludenti. Tra gli attentati politici lui si muove tra risse, sbornia e noie. Come si può leggere dal sito della Feltrinelli “Come Kurt Cobain, Rep si sente intrappolato in qualcosa che ha a che fare con il vivere in prima linea, sempre a due passi dal vuoto, sempre a due passi dal senso di una vita deliberatamente caotica. D’altro canto Rep ha una disperata vitalità che si esprime in performance erotiche, in passionali rapporti di amicizia, in maestosi accessi di ira e di gioia. Non c’è il buio in fondo alla sua strada ma un’ansia di liberazione che, beffardamente, si traduce anche in una sonora presa in giro del realismo magico sudamericano.”

Questo è C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo.

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